• Fabrizio Di Girolamo

La Noia in tempo di Quarantena

Aggiornato il: apr 22

A cosa serve la noia? Perché la proviamo? Davvero è una cosa negativa?


Il Dpcm dell'11 marzo 2020 firmato dal premier Antonio Conte, recante ulteriori misure in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19 sull'intero territorio nazionale, ha determinato la chiusura temporanea di molte attività commerciali e non, e il divieto di spostamenti che non siano strettamente legati ad attività lavorative, di salute o di necessità. Molti italiani quindi si sono ritrovati "costretti" a restare a casa, in una specie di libera quarantena, per combattere la minaccia causata dal coronavirus. Se molti ne hanno approfittato per fuggire dal tram tram della vita moderna, riscoprendo vecchie passioni, coltivando nuovi hobby o passando più tempo con i propri cari, per molti altri invece questa quarantena può essere la causa di profondo sconforto e un profondo senso di noia. La noia, ovvero quella sensazione di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività e dall’ozio o dal sentirsi occupato in cosa monotona, contraria alla propria inclinazione, tale da apparire inutile e vana (cit. vocabolario Treccani), può essere descritta come un vero e proprio stato psicologico dovuto, come da definizione, all'assenza di attività stimolanti o alla presenza di stimoli che il soggetto percepisce come ripetitivi e monotoni. Fin dai tempi antichi la noia è stata contemplata dai filosofi e dagli studiosi che, che da un lato, la consideravano come un sentimento estremamente negativo, collegato alla percezione dell'inutilità dell'esistenza e del male di vivere. Dall'altro invece, la noia divenne parte del concetto di Otium latino, ovvero quel dolce far niente che stimolava la creatività e la passione degli autori antichi. Orazio, Cicerone, Ovidio e Seneca: sono solo alcuni dei più famosi autori che hanno fatto della "noia" la loro fonte di ispirazione (visione che verrà poi, secoli dopo, rievocata da Petrarca). Nel corso dei secoli la concezione di Otium cambiò, seguendo i dettami delle nuove correnti filosofiche e religiose che andavano nascendo. I cristiani ad esempio indicarono la noia come parte del peccato capitale dell'accidia, quello stato di inerzia e di indolenza nel perseguire alcuno scopo, sia esso positivo o negativo, contrapponendolo alla vita contemplativa (ovvero la tendenza dell'anima verso il divino). Durante il rinascimento, il concetto di noia riacquistò i connotati positivi che aveva perso, nobilitandosi attraverso il lavoro degli artisti e dei poeti che vedevano nell'inedia e nella melanconia uno stato di contemplazione della natura e dell'Io interiore, visione che aprì le porte al romanticismo. Ma quindi la noia è qualcosa di positivo o di negativo? Cosa dice oggi la scienza al riguardo? Beh, la risposta come sempre è relativa. Lo studio della noia in psicologia è abbastanza recente, poiché la noia veniva spesso incorporata nello studio della depressione, includendola come sintomo secondario della stessa; la psicanalisi vedeva la noia come un meccanismo di difesa nei confronti della paura di mettersi in gioco. Fu solo con l'avvento della psicologia cognitiva che la noia poté essere studiata correttamente. Da questi studi recenti si è visto che la noia può essere uno stato psicologico sia positivo che negativo. Cosa significa? Che, purtroppo è vero, la noia è il biglietto da visita della depressione e della solitudine (mancanza di interessi, apatia e inedia sono tra i sintomi più comuni degli stadi depressivi). Allo stesso tempo però il concetto di noia si collega direttamente con quello di una condizione mentale fondamentale per la libertà creativa e l'immaginazione: il mind-wanderingPer "mente errante" (personalmente adoro questa dicitura italianizzata) si intende la tendenza della nostra coscienza a vagare, spostare l'attenzione su altro durante un compito specifico. E’ stato stimato che gli umani trascorrono circa il 15-45% del loro tempo durante la veglia in uno stato di mind wandering. Svagare la mente dal compito, stare con la testa tra le nuvole, sembrerebbe funzionale nell'economica cognitiva. Il mind-wandering e la noia sembrerebbero far parte dello stesso circuito cerebrale, denominato dagli studiosi Default Mode Network (DMN): una rete che coinvolge varie aree cerebrali quando la mente è “in stato di riposo”. In realtà, il metabolismo cerebrale è molto aumentato durante questi stati, soprattutto nella corteccia cingolata posteriore, la corteccia prefrontale, la corteccia parietale posteriore e la formazione dell’ippocampo. Pare che sia proprio durante il mind wandering che il DMN si attivi maggiormente: durante questi stati si possono compiere (inconsciamente) operazioni cognitive critiche, come ad esempio la risoluzione di problemi tramite Insight cognitivo (la classica lampadina accesa sopra la testa) o le esplosioni di creatività degli artisti (ed ecco anche dimostrato scientificamente il valore dell'Otium Letterario). In definitiva, la noia può essere utile a liberare la mente, stimolando attenzione e creatività. Superato il disagio iniziale, i momenti di noia ci spingono a prendere in considerazione tutto ciò che abbiamo a portata di mano, per poi scegliere a cosa dedicarci. Sta a noi decidere come percepire la noia: se farci inghiottire in quello stato di inerzia o sfruttarlo come slancio verso nuovi stimoli. Quindi consiglio, a chiunque stia leggendo, di sfruttare questa quarantena gestendo i momenti di noia, ponendosi inizialmente degli obiettivi giornalieri da raggiungere, trasformandoli poi in obiettivi settimanali, e così via, dando il giusto valore a sé stessi e alle proprie azioni, senza dare nulla per scontato, cercando perennemente di migliorarsi. BIBLIOGRAFIA

  • Lars Fr. H. Svendsen, La filosofia della noia, Guanda, 2004

  • Mooneyham, Benjamin W., and Jonathan W. Schooler. “The Costs and Benefits of Mind-wandering: A Review.” Canadian Journal of Experimental Psychology/Revue Canadienne de Psychologie Expérimentale 67, no. 1 (2013): 11

  • Schooler, Jonathan W., Jonathan Smallwood, Kalina Christoff, Todd C. Handy, Erik D. Reichle, and Michael A. Sayette. “Meta-awareness, Perceptual Decoupling and the Wandering Mind.” Trends in Cognitive Sciences 15, no. 7 (2011): 319–326.

  • Schooler J, Mrazek MD, Franklin MS, Baird B, Mooneyham B, et al. (2014) The middle way: finding the balance between mindfulness and mind-wandering. In: Ross BH, editor. Psychology of Learning and Motivation (Volume 60). Academic Press



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